Gli atleti d’élite brillano presto, tardi o entrambe le volte?

Jun 29, 2026
Atleti d’élite: successo giovanile e sviluppo a lungo termine

Successo giovanile, maturazione biologica e sviluppo della prestazione nell’atletica leggera

Il rapporto tra talento, risultati giovanili e successo da senior continua a essere uno dei temi più discussi nell’atletica leggera.

Quando un adolescente ottiene un record, una medaglia internazionale o una prestazione eccezionale, è quasi inevitabile che venga presentato come un futuro campione.

Altrettanto frequente è però la reazione opposta:

chi raggiunge il vertice troppo presto è destinato a smettere di migliorare.

Entrambe le letture sono eccessivamente semplici.

Le ricerche disponibili indicano che il successo giovanile non è né una condizione necessaria né una condizione sufficiente per raggiungere l’élite assoluta.

Molti dei migliori under 18 e under 20 non riescono a confermarsi da senior.

Allo stesso tempo, numerosi campioni adulti non occupavano le prime posizioni delle classifiche internazionali durante l’adolescenza.

Questo non significa che essere forti da giovani non conti.

In alcune specialità, appartenere all’élite giovanile aumenta in modo significativo la probabilità di raggiungere successivamente il vertice senior.

Ma si tratta di un vantaggio statistico, non di una previsione individuale.

La domanda più corretta, quindi, non è:

gli atleti d’élite brillano presto oppure tardi?

La domanda più utile è:

quanto il risultato giovanile è davvero informativo, quali fattori lo condizionano e quali scelte possono favorire o compromettere la progressione successiva?


La premessa: l’articolo pubblicato nel 2015

Nel 2015 pubblicammo su ilCoach la traduzione di un articolo divulgativo intitolato “Gli atleti d’élite presto o tardi brillano”, tratto da una comunicazione dell’Indiana University.

L’articolo presentava uno studio che confrontava le carriere di:

  • atleti finalisti ai Campionati mondiali juniores del 2000;

  • atleti finalisti ai Giochi olimpici dello stesso anno.

La conclusione proposta era efficace:

i migliori atleti tendevano a emergere presto oppure tardi, ma più raramente in entrambe le fasi.

Quella formula aveva soprattutto il merito di mettere in guardia dalla sopravvalutazione dei risultati giovanili.

Con il passare degli anni, però, quella lettura è apparsa troppo rigida.

Le carriere di Armand Duplantis e Jakob Ingebrigtsen dimostrano in maniera evidente che alcuni atleti possono raggiungere un livello eccezionale durante l’adolescenza e continuare a migliorare fino al vertice assoluto.

Anche l’atletica italiana ha recentemente osservato prestazioni precocissime.

Dal 2015 abbiamo visto la maturazione di baby fenomeni che poi si sono confermati campioni. Un esempio evidente è Mattia Furlani.

Oggi le vicende sportive di Kelly Doualla e Alessia Succo riaprono il dibattito sul significato da attribuire all’eccellenza giovanile.

I casi individuali, però, indicano ciò che è possibile.

Non indicano necessariamente ciò che è probabile.

Per comprendere il fenomeno bisogna tornare ai dati.


Che cosa significa realmente “élite”?

Una prima difficoltà riguarda le definizioni.

Le categorie giovanili non sono identiche in tutti i sistemi sportivi e negli studi scientifici.

In ambito FIDAL:

  • gli Allievi hanno 16-17 anni;

  • gli Juniores 18-19 anni;

  • le Promesse 20-22 anni;

  • i Seniores 23 anni o più.

In molta letteratura internazionale, invece, vengono utilizzate le categorie under 18 e under 20, mentre il termine “senior” può indicare genericamente la categoria assoluta.

Anche il termine élite assume significati differenti.

Nello studio dell’Indiana University erano considerati élite i finalisti dei Mondiali juniores e i finalisti olimpici.

Negli studi più recenti di Boccia, Brustio e collaboratori, l’élite viene spesso identificata con la presenza nelle prime 50 posizioni delle graduatorie mondiali per età o nelle classifiche senior.

Nelle meta-analisi multisport, infine, il confronto è talvolta tra atleti di livello mondiale o internazionale e atleti di livello nazionale.

Questo significa che i risultati delle diverse ricerche non devono essere letti come valori perfettamente sovrapponibili.

Sono più utili per individuare:

  • tendenze generali;

  • probabilità relative;

  • traiettorie ricorrenti;

  • rischi interpretativi.

Non servono invece a costruire regole universali.

Il dato scientifico orienta la lettura del fenomeno, ma non consente di prevedere con certezza la carriera di un singolo atleta.


Lo studio originario: finalisti juniores e finalisti olimpici

Lo studio alla base dell’articolo del 2015, pubblicato successivamente in forma estesa da Foss, Sinex e Chapman, confrontò:

  • 130 finalisti dei Campionati mondiali juniores del 2000;

  • 128 finalisti dei Giochi olimpici del 2000.

Furono analizzati atleti di diverse specialità:

  • 100 metri;

  • 200 metri;

  • 1500 metri;

  • 5000 metri;

  • salto in lungo;

  • salto in alto;

  • getto del peso;

  • lancio del disco.

Il primo dato interessante riguarda l’età del primato personale.

Età media del primato personale

Tabella 1 — Età media del primato personale . I finalisti olimpici hanno raggiunto il proprio primato personale mediamente più tardi rispetto ai finalisti mondiali juniores, indicando una progressione prestativa più lunga nel tempo

I finalisti olimpici raggiungevano il proprio primato personale a un’età media significativamente superiore.

Anche il miglioramento dalla migliore prestazione under 20 al primato assoluto risultava differente.

Miglioramento dalla migliore prestazione U20 al primato assoluto

Tabella 2 — Miglioramento dalla prestazione U20 al primato assoluto. Il miglioramento medio dopo la categoria under 20 è risultato maggiore nei finalisti olimpici rispetto ai finalisti mondiali juniores, suggerendo un margine di sviluppo più ampio nella transizione verso l’élite senior.

Tra i finalisti mondiali juniores, 54 su 130 non migliorarono più dopo i 19 anni.

Tra i finalisti olimpici, ciò avvenne soltanto in 19 casi su 128.

Ma bisogna fare attenzione.

Questi dati non dimostrano che ottenere risultati importanti da giovani sia negativo.

Indicano, più precisamente, che gli atleti arrivati al vertice olimpico presentavano mediamente:

  • una progressione più lunga;

  • un picco prestativo più tardivo;

  • un margine di miglioramento maggiore dopo la fase junior.

Il problema non è essere forti da giovani. Il problema è interpretare il risultato giovanile come una garanzia di successo futuro.


Due traiettorie tipiche di sviluppo

Le ricerche longitudinali permettono di rappresentare due traiettorie ricorrenti.

Non si tratta di percorsi obbligati né della descrizione di singoli atleti.

Sono una sintesi dei pattern medi osservati.

Infografica 1 — Dalla prestazione giovanile al vertice senior. Le traiettorie rappresentano due pattern ricorrenti: alcuni atleti raggiungono presto prestazioni elevate ma vanno incontro a un plateau, mentre altri progrediscono più lentamente e raggiungono il picco in età senior. Il grafico descrive tendenze generali, non previsioni individuali.

Dalla prestazione giovanile al vertice senior

La prima traiettoria è quella dell’atleta che non domina necessariamente da giovane, ma continua a migliorare nel tempo fino a raggiungere il vertice senior.

La seconda è quella dell’atleta che raggiunge rapidamente prestazioni elevate nelle categorie giovanili, ma poi incontra un plateau anticipato.

La lettura corretta è questa:

  • il profilo “solo top junior” raggiunge rapidamente prestazioni elevate, ma tende ad andare incontro a un plateau relativamente precoce;

  • il profilo “top senior” può essere inizialmente meno dominante, ma continua a migliorare per un periodo più lungo;

  • le due traiettorie possono sovrapporsi;

  • alcuni campioni sono fortissimi da giovani e continuano comunque a progredire.

Il grafico rappresenta tendenze medie. Non permette di prevedere la carriera di un singolo atleta.

Questo punto è fondamentale.

Le traiettorie aiutano a ragionare.

Non servono a etichettare.


La transizione dalle classifiche giovanili al vertice senior

Gli studi condotti su database molto più ampi hanno confermato che la transizione dal top giovanile al top assoluto riguarda una minoranza.

Nei velocisti di livello mondiale, soltanto il 17% degli uomini e il 21% delle donne presenti nelle prime 50 posizioni under 18 è successivamente entrato nelle prime 50 posizioni senior.

Nei salti, la percentuale di atleti top a 16 anni successivamente entrati nel top senior è risultata pari a circa:

  • 8% negli uomini;

  • 16% nelle donne.

Nei lanci, considerando i migliori atleti a 18 anni, i valori sono stati pari a circa:

  • 12% negli uomini;

  • 24% nelle donne.

Transizione dal top giovanile al top senior

Tabella 3 — Transizione dal top giovanile al top senior. La percentuale di atleti che passano dal vertice giovanile al vertice senior resta relativamente bassa in tutte le famiglie di specialità. Il risultato giovanile è quindi un segnale importante, ma non una garanzia di successo futuro.

Le percentuali non sono direttamente confrontabili, perché gli studi utilizzano età, periodi e criteri leggermente differenti.

L’ordine di grandezza è però chiaro.

In tutte le famiglie di specialità considerate, la maggioranza dei migliori giovani non raggiunge una posizione equivalente da senior.

Il dato inverso è altrettanto rilevante.

Nei lavori sullo sprint, circa il 79-83% dei migliori atleti senior non apparteneva alle prime 50 posizioni mondiali under 18.

Le classifiche giovanili producono quindi due fenomeni contemporaneamente:

  • falsi positivi, cioè giovani dominanti che non diventano élite senior;

  • falsi negativi, cioè futuri campioni non ancora dominanti in adolescenza.

Questo è uno dei messaggi più importanti per tecnici, società e federazioni.

Il ranking giovanile fotografa un momento. Non descrive l’intero potenziale dell’atleta.


Il successo giovanile conserva comunque un valore predittivo

Il basso tasso di transizione non rende il risultato giovanile irrilevante.

Uno studio del 2024 condotto su 4.678 atleti internazionali del mezzofondo e del fondo ha rilevato una transizione U18 → top senior pari a circa:

  • 19% negli uomini;

  • 21% nelle donne.

In valore assoluto significa che circa quattro atleti di vertice su cinque da under 18 non entrano successivamente nel gruppo dei migliori senior.

Gli autori hanno però osservato anche che la probabilità di raggiungere il top senior era circa sette volte maggiore negli atleti già top da under 18 rispetto a quelli che non appartenevano al gruppo di vertice giovanile.

Questa apparente contraddizione si spiega distinguendo tra:

  • probabilità assoluta;

  • probabilità relativa.

Un atleta top under 18 può avere una probabilità assoluta ancora relativamente bassa di diventare top senior.

Quella probabilità può però essere molto più elevata rispetto a quella di un atleta che non occupa le prime posizioni giovanili.

Il successo precoce è quindi:

un segnale probabilistico, non un oracolo.

Non va ignorato.

Ma non va trasformato in una profezia.


Maturazione biologica e prestazione giovanile

Uno dei principali fattori che condizionano la prestazione adolescenziale è la maturazione biologica.

Età cronologica ed età biologica non coincidono.

Due ragazzi di 16 anni possono trovarsi in fasi di sviluppo molto differenti.

Un atleta maturato precocemente può disporre temporaneamente di:

  • maggiore statura;

  • maggiore massa muscolare;

  • più forza;

  • più potenza;

  • maggiore capacità di sostenere determinati carichi.

Il fenomeno è particolarmente rilevante negli sprint, nei salti e nei lanci, discipline nelle quali forza e potenza hanno un peso immediato sulla prestazione.

Il risultato giovanile osservabile è quindi il prodotto di più componenti.

Infografica 2 — Flowchart per la gestione del carico giovanile. Uno schema operativo per aiutare l’allenatore a modulare il carico in base a dolore, crescita, variazioni recenti dell’allenamento, recupero, motivazione e qualità tecnica. Non sostituisce una valutazione sanitaria, ma aiuta a prendere decisioni più prudenti.

I fattori che influenzano la prestazione giovanile

La prestazione giovanile dipende da:

  • predisposizioni genetiche e antropometriche;

  • maturazione biologica;

  • età relativa nella categoria;

  • esperienza e qualità tecnica;

  • quantità e qualità dell’allenamento;

  • stato di salute;

  • ambiente sportivo e familiare.

La maturazione precoce aumenta la probabilità di essere competitivi, notati e selezionati durante l’adolescenza.

Non garantisce, però, una progressione senior superiore.

Simmetricamente, un atleta tardivo può essere temporaneamente meno competitivo, pur conservando margini di sviluppo importanti.

Il risultato precoce è reale, ma una parte del vantaggio può essere transitoria.

Questo non significa sminuire chi vince da giovane.

Significa interpretare correttamente cosa stiamo osservando.


Il relative age effect

Alla maturazione biologica si aggiunge l’effetto dell’età relativa.

Due atleti appartenenti alla stessa categoria annuale possono avere quasi dodici mesi di differenza.

Durante l’adolescenza, un anno può rappresentare un vantaggio importante in termini di:

  • crescita;

  • forza;

  • coordinazione;

  • esperienza;

  • opportunità di selezione;

  • quantità di allenamento accumulata.

Gli atleti nati nei primi mesi dell’anno tendono per questo a essere sovrarappresentati nelle selezioni e nelle classifiche giovanili.

Alcune ricerche mostrano però una possibile inversione nella transizione al livello senior.

Gli atleti relativamente più giovani che riescono a rimanere nel sistema possono avere tassi di transizione migliori, con un odds ratio indicativamente pari a 1,64 in favore della persistenza al vertice assoluto.

Questo non dimostra che essere relativamente più giovani renda intrinsecamente superiori.

Indica piuttosto che i processi di selezione giovanile sono parzialmente influenzati da vantaggi cronologici e maturativi temporanei.

La selezione precoce rischia di premiare chi è più maturo oggi, non necessariamente chi avrà più potenziale domani.


Specializzazione e sviluppo a lungo termine

Le meta-analisi di Güllich e collaboratori suggeriscono che i fattori associati al successo junior e quelli associati al successo senior non coincidano completamente.

Gli atleti di maggiore successo da giovani tendono mediamente a:

  • entrare prima nello sport principale;

  • accumulare più pratica specifica;

  • specializzarsi più precocemente;

  • migliorare più rapidamente nelle prime fasi.

Gli atleti world-class adulti, confrontati con quelli di livello nazionale, presentano invece mediamente:

  • maggiore partecipazione ad altri sport durante la giovinezza;

  • ingresso più tardivo nella disciplina principale;

  • minore volume di pratica specifica precoce;

  • progressione iniziale meno rapida;

  • sviluppo distribuito su un periodo più lungo.

Queste associazioni non dimostrano che la specializzazione precoce impedisca necessariamente il successo senior.

Indicano però un punto importante:

ottimizzare la prestazione junior e costruire una carriera adulta di vertice non sono sempre lo stesso obiettivo.

Il problema non è far allenare bene un giovane atleta.

Il problema nasce quando il sistema viene organizzato per massimizzare il risultato immediato, sacrificando:

  • salute;

  • motivazione;

  • varietà motoria;

  • apprendimento tecnico;

  • margini di sviluppo;

  • continuità nel lungo periodo.


Brillare presto e brillare tardi non sono condizioni incompatibili

Duplantis e Ingebrigtsen rappresentano due esempi emblematici di continuità tra eccellenza giovanile ed eccellenza senior.

Armand Duplantis era già un atleta eccezionale nelle categorie giovanili e a 18 anni vinse il titolo europeo del salto con l’asta con 6,05 metri.

Jakob Ingebrigtsen ottenne risultati internazionali di vertice in adolescenza e a 17 anni vinse 1500 e 5000 metri ai Campionati europei.

Le loro carriere dimostrano che la formula “presto oppure tardi, ma non entrambe le volte” non può essere considerata una legge.

Non dimostrano però che il loro percorso sia quello più frequente.

Anche i casi recenti di Kelly Doualla e Alessia Succo devono essere letti con lo stesso criterio.

Le loro prestazioni documentano una precocità eccezionale e una probabilità di sviluppo superiore a quella della generalità degli atleti.

Non consentono tuttavia di formulare previsioni certe sul livello massimo che raggiungeranno da adulte.

La posizione più corretta non è ridurre il valore dei loro risultati.

È evitare di trasformarli in una profezia.

Una grande prestazione giovanile merita attenzione, non una sentenza.


Qual è il ruolo dell’allenatore?

L’allenatore conta moltissimo.

Ma non perché possa fabbricare arbitrariamente un atleta d’élite.

La prestazione di vertice nasce dall’interazione tra:

  • predisposizioni biologiche;

  • capacità di adattamento;

  • apprendimento tecnico;

  • qualità dell’allenamento;

  • salute;

  • motivazione;

  • ambiente;

  • continuità del percorso.

Il tecnico può influire soprattutto sul modo e sul momento in cui le caratteristiche dell’atleta emergono.

Può:

  • organizzare la progressione del carico;

  • migliorare la tecnica;

  • riconoscere i periodi più delicati della crescita;

  • prevenire o ridurre gli infortuni;

  • sostenere la motivazione;

  • costruire un ambiente di apprendimento favorevole;

  • coordinarsi con famiglia, medici e fisioterapisti;

  • proteggere la continuità del percorso.

È probabilmente più facile che un sistema tecnico inadeguato ritardi o comprometta una traiettoria promettente, piuttosto che riesca a trasformare in un’élite mondiale un atleta privo delle necessarie caratteristiche individuali.

Questa conclusione resta in parte un’inferenza teorica.

Gli studi non riescono a quantificare precisamente quale quota del risultato dipenda dal singolo allenatore.

È però coerente con la letteratura sullo sviluppo del talento e sugli ambienti di pratica.

L’allenatore non predice il futuro. Costruisce le condizioni perché il futuro dell’atleta resti aperto il più a lungo possibile.


Carico, recupero e rischio di infortunio

L’allenamento giovanile non può essere considerato irrilevante solo perché il numero complessivo di ore resta inferiore a quello accumulato da un adulto.

Poche stagioni di allenamento possono non bastare a costruire un campione.

Ma possono bastare a produrre:

  • fratture da stress;

  • infortuni da sovraccarico;

  • burnout;

  • perdita di motivazione;

  • abbandono sportivo.

Il rischio non dipende soltanto dal numero di ore.

Conta l’interazione tra:

  • carico acuto;

  • carico cronico abituale;

  • velocità di incremento;

  • età biologica;

  • fase di crescita;

  • tecnica esecutiva;

  • sonno e nutrizione;

  • stress psicologico;

  • storia degli infortuni;

  • possibilità di recupero.

Carichi cronici adeguatamente costruiti possono rendere l’atleta più robusto.

Gli aumenti troppo rapidi o non proporzionati alla capacità di recupero sono invece una delle configurazioni più rischiose.

Particolare attenzione deve essere riservata al periodo intorno al Peak Height Velocity, il picco di velocità della crescita staturale.

In questa fase possono cambiare rapidamente:

  • leve corporee;

  • coordinazione;

  • capacità dei tessuti di tollerare le sollecitazioni;

  • qualità tecnica;

  • percezione dello sforzo.

Un atleta che cresce rapidamente non è semplicemente “più alto”. È un atleta che sta cambiando sistema biomeccanico.


Come modificare il carico: uno schema operativo

La gestione del carico non può essere ridotta a una formula universale.

Può però essere guidata da un processo decisionale che consideri:

  • salute;

  • crescita;

  • risposta individuale;

  • qualità tecnica;

  • recupero;

  • motivazione.

Infografica 3 — Segnali che richiedono una rivalutazione. Dolore persistente, calo prestativo, stanchezza, perdita di motivazione e recidive non devono essere ignorati: sono informazioni utili sulla sostenibilità del programma e sulla capacità dell’atleta di assorbire il carico.

La domanda iniziale dovrebbe essere semplice:

sono presenti dolore, zoppia o limitazioni funzionali?

Se sì, il carico specifico va sospeso o modificato.

Se i sintomi persistono, serve una valutazione sanitaria.

Se non ci sono sintomi, l’allenatore deve chiedersi se l’atleta sia in una fase di rapida crescita o PHV.

In quel caso è prudente:

  • ridurre gli spike di intensità e volume;

  • aumentare il recupero;

  • controllare la qualità tecnica;

  • evitare progressioni aggressive.

Se l’atleta non è in una fase di crescita rapida, la domanda successiva riguarda il rapporto con le settimane precedenti:

il carico è aumentato rapidamente?

Se sì, è opportuno ridurre o distribuire meglio l’aumento, evitando incrementi simultanei di volume e intensità.

Se no, bisogna valutare sonno, motivazione, recupero e qualità tecnica.

Quando questi indicatori sono adeguati, si può procedere con una progressione graduale.

Quando non lo sono, la seduta va adattata.


Segnali che richiedono una rivalutazione

Alcuni segnali non devono essere interpretati come debolezza dell’atleta.

Sono informazioni sulla sostenibilità del programma.

I principali sono:

  • dolore localizzato e persistente;

  • calo prestativo non spiegato;

  • stanchezza insolita;

  • sonno alterato;

  • perdita di motivazione;

  • recidive;

  • infortuni da stress.

Quando questi segnali si accumulano, l’allenatore deve fermarsi e rivalutare.

Il programma non è ciò che era scritto sulla carta. Il programma è ciò che l’atleta riesce ad assorbire.

Questo schema non sostituisce una valutazione medica e non rappresenta un protocollo universale.

Serve a ricordare che il carico deve essere modificato sulla base della risposta dell’atleta e non soltanto del programma previsto.


La regola delle 10.000 ore

Nel nostro vecchio articolo su ilCoach veniva richiamata la cosiddetta regola delle 10.000 ore, derivata dalla popolarizzazione degli studi di Anders Ericsson.

Il lavoro di Ericsson ha mostrato l’importanza di una pratica:

  • prolungata;

  • intenzionale;

  • strutturata;

  • accompagnata da feedback.

Non ha però dimostrato l’esistenza di una soglia universale oltre la quale si raggiunge automaticamente l’eccellenza.

Le meta-analisi successive hanno stimato che la pratica deliberata spieghi una quota significativa ma minoritaria della variabilità della performance sportiva, indicativamente intorno al 18%.

L’allenamento è quindi indispensabile.

Ma non è sufficiente.

Nell’atletica, inoltre, la semplice somma delle ore non descrive:

  • la qualità del gesto tecnico;

  • la risposta fisiologica;

  • la robustezza muscolo-tendinea;

  • la maturazione biologica;

  • la predisposizione antropometrica;

  • la capacità di recupero;

  • la storia degli infortuni;

  • la sostenibilità psicologica.

Il riferimento alle 10.000 ore può essere utile soltanto per contrastare il determinismo.

Non esiste un numero capace di trasformare automaticamente un atleta in un campione.

Allo stesso tempo, non si può concludere che un carico giovanile eccessivo abbia conseguenze trascurabili perché le ore accumulate sono ancora poche.

Possono essere poche per costruire l’élite, ma sufficienti per compromettere un percorso.


Che cosa possono fare allenatori e federazioni?

Le evidenze suggeriscono di trattare il risultato giovanile come un’informazione incompleta.

Non va ignorato.

Ma va integrato con altri indicatori.

Una politica di sviluppo del talento dovrebbe:

  1. evitare che la medaglia giovanile venga considerata una prova di successo futuro;

  2. evitare che il ritardo maturativo venga interpretato come assenza di talento;

  3. monitorare crescita, maturazione e andamento della prestazione;

  4. proteggere gli atleti relativamente più giovani della categoria;

  5. individualizzare la progressione del carico;

  6. valutare dolore, fatica e motivazione;

  7. ridurre i tagli selettivi troppo precoci;

  8. giudicare il lavoro tecnico su periodi di almeno tre-cinque anni;

  9. considerare salute e continuità come indicatori di qualità del programma;

  10. favorire ambienti che sostengano l’apprendimento e non soltanto il risultato immediato.

Questo è un punto centrale.

Un sistema sportivo maturo non seleziona soltanto chi vince oggi. Costruisce le condizioni perché più atleti possibile possano continuare a migliorare domani.


I limiti delle conoscenze attuali

La ricerca presenta ancora diversi limiti.

Molti studi sulla transizione utilizzano classifiche e risultati, ma non possiedono informazioni dettagliate su:

  • allenamento;

  • maturazione;

  • famiglia;

  • condizioni economiche;

  • qualità del coaching;

  • infortuni;

  • motivazione;

  • ambiente sportivo.

Una parte consistente delle evidenze su crescita, carico e rischio di infortunio proviene inoltre dal calcio e da altri sport di squadra.

L’applicazione all’atletica è fisiologicamente plausibile, ma non sempre verificata direttamente nelle diverse specialità.

Anche le soglie di carico raccomandate agli adolescenti rimangono incerte.

Indicazioni come l’aumento settimanale non superiore al 10-20% devono essere considerate orientamenti prudenziali e non leggi scientifiche valide per tutti.

Mancano infine studi longitudinali capaci di collegare in modo preciso le caratteristiche del coaching con gli esiti sportivi e sanitari a lungo termine.

Questo non rende inutili le evidenze disponibili.

Rende necessario interpretarle con equilibrio.

La scienza non fornisce profezie individuali. Fornisce strumenti migliori per prendere decisioni meno ingenue.


Quindi: gli atleti d’élite brillano presto, tardi o entrambe le volte?

La tesi dell’articolo del 2015 merita di essere aggiornata.

Gli atleti d’élite possono brillare presto.

Possono brillare tardi.

In alcuni casi possono brillare in entrambe le fasi della carriera.

Il successo giovanile non è necessario: molti campioni emergono dopo una progressione lenta e non erano dominanti nelle categorie inferiori.

Non è sufficiente: la maggioranza dei giovani presenti ai vertici delle classifiche internazionali non mantiene lo stesso livello da senior.

Non è però irrilevante: in alcune specialità, essere già tra i migliori under 18 o under 20 aumenta in maniera significativa la probabilità di arrivare al vertice assoluto.

La prestazione giovanile è dunque:

un segnale, non una sentenza.


Conclusioni

La funzione dell’allenatore e del sistema sportivo non dovrebbe essere quella di formulare profezie.

Dovrebbe essere quella di creare le condizioni perché traiettorie differenti possano continuare a svilupparsi.

Occorre accompagnare gli atleti precoci senza consumarli.

Occorre mantenere nel sistema gli atleti tardivi.

Occorre individualizzare il carico, proteggere la salute e valutare il successo su un orizzonte temporale sufficientemente lungo.

Il problema non è celebrare una grande prestazione giovanile.

Il problema nasce quando una tappa viene scambiata per il punto di arrivo.

Un giovane atleta forte merita entusiasmo.

Ma merita soprattutto tempo, competenza e un ambiente capace di proteggerne lo sviluppo.


Riferimenti essenziali

  • Foss J.L., Sinex J.A., Chapman R.F. Career Performance Progressions of Junior and Senior Elite Track and Field Athletes.

  • Boccia G. e collaboratori. Studi sulle progressioni junior-senior nello sprint, nei salti e nei lanci.

  • Brustio P.R. e collaboratori. Performance pathways in elite middle- and long-distance track and field athletes: the influence of a successful youth.

  • Barth M., Güllich A. e collaboratori. Meta-analisi sui percorsi di sviluppo e sui programmi di promozione del talento.

  • Malina R.M. Studi sulla maturazione biologica e sulla valutazione del Peak Height Velocity.

  • Gabbett T.J. The training-injury prevention paradox.

  • Macnamara B.N., Hambrick D.Z., Oswald F.L. Meta-analisi sul contributo della pratica deliberata.

  • Ericsson K.A. Studi sulla pratica deliberata e sullo sviluppo dell’expertise.


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