Dopo di me nessuno mai: quanto conta davvero un allenatore?
Aug 26, 2026
Articolo a cura di Andrea Uberti
Quando un atleta cambia allenatore, quello che succede dopo dice davvero quanto era bravo quello di prima?
Prima di parlare degli allenatori, forse dovremmo parlare degli atleti, perché qualche volta, quando discutiamo di un cambio di tecnico, sembra quasi che la persona che gareggia sparisca dalla storia.
Con il vecchio allenatore correva 10.30, con quello nuovo corre 10.10: il nuovo è più bravo. Oppure succede il contrario: correva 10.30, cambia tecnico e fa 10.50, quindi quello di prima era bravissimo.
Manca qualcuno.
Quello che corre.
I risultati di un atleta, prima di tutto, appartengono all'atleta. Non è un modo per togliere responsabilità all'allenatore, che può incidere moltissimo su un percorso, prendere decisioni giuste o sbagliate, proporre un allenamento adatto oppure no, creare un ambiente che favorisca la crescita oppure limitarla. Le responsabilità tecniche ed educative di un allenatore, soprattutto quando si lavora con i più giovani, possono essere enormi.
Ma il protagonista non è lui.
È l'atleta che si allena, recupera, impara, gareggia, affronta gli infortuni e le sconfitte, organizza la propria vita attorno allo sport e che, con il passare degli anni, dovrebbe avere sempre più voce in capitolo su ciò che fa.
L'allenatore lo accompagna, a volte per moltissimi anni e magari in una fase decisiva della sua crescita, ma la carriera rimane dell'atleta. Forse è una cosa che dovremmo ricordarci soprattutto nel momento in cui quell'atleta decide di cambiare allenatore.
Dopo di me
Ci diciamo spesso che il compito di un allenatore è far crescere l'atleta: aiutarlo a creare basi solide, dargli strumenti, insegnargli a conoscere meglio il proprio corpo, renderlo più consapevole e accompagnarlo verso una progressiva autonomia. Se è giovane, dovremmo pensare a quello che potrà diventare tra cinque o dieci anni, non soltanto alla gara di domenica.
Poi quell'atleta cambia tecnico e, improvvisamente, sembrano cambiare anche le regole con cui valutiamo tutto il percorso.
Se con il nuovo allenatore va meglio, quello di prima evidentemente non era poi così bravo; se va peggio, invece, ecco la prova che il precedente tecnico era fondamentale.
C'è qualcosa che non torna.
Prima di tutto perché continuiamo a trattare l'atleta come se fosse il prodotto del programma che gli abbiamo consegnato, quando invece non lo è. Ma c'è anche una seconda contraddizione: se abbiamo davvero accompagnato una persona nel proprio sviluppo per quattro, cinque o dieci anni, cosa ci aspettiamo che le rimanga quando non siamo più noi ad allenarla?
Cosa rimane?
Immaginiamo un tecnico che lavori quattro o cinque anni con un atleta. Quando il rapporto finisce, quell'atleta non ricomincia da zero: si porta dietro adattamenti fisici, competenze tecniche, abitudini, esperienze di allenamento e di gara, gli infortuni che ha avuto e quelli che non ha avuto. Si porta dietro un certo modo di interpretare la fatica, di affrontare una seduta difficile e di leggere ciò che sente, oltre a quello che ha imparato sull'allenamento e, probabilmente, anche qualcosa che ha imparato su se stesso.
Il nuovo tecnico, quindi, non riceve un foglio bianco. Incontra un atleta che ha già una storia.
È uno degli elementi centrali dell'idea di sviluppo a lungo termine: il long-term athletic development descrive lo sviluppo come un processo individuale e non lineare, nel quale non esiste soltanto la prestazione del momento. Entrano in gioco salute, competenze, capacità fisiche, esperienza, fiducia, motivazione e possibilità di continuare a svilupparsi. È una prospettiva coerente sia con il position statement della NSCA sul long-term athletic development, che insiste sulla natura individuale e non lineare dello sviluppo e sulla centralità di salute e benessere, sia con i consensus del CIO sullo sviluppo dell'atleta giovane (Bergeron et al., 2015; Lloyd et al., 2016; Bergeron et al., 2024).
Possiamo allora farci una domanda: quando alleniamo una ragazza di quindici anni, qual è il risultato del nostro lavoro?
Il personale che ha fatto quell'anno conta, naturalmente, ma non è tutto. Conta quanto è migliorata e conta in quali condizioni arriva all'anno successivo; conta quello che sa fare, ma anche quello che può ancora imparare. Conta quanto è fisicamente integra, quanto margine possiede ancora, quanta voglia ha di continuare e quanto, crescendo, è diventata capace di partecipare alle decisioni che riguardano il proprio percorso.
Di chi è l'atleta?
Con un ragazzino di dodici o tredici anni è inevitabile che una parte molto grande delle decisioni appartenga all'allenatore. Con il passare del tempo, però, qualcosa dovrebbe cambiare.
"Fai questo" dovrebbe progressivamente diventare "facciamo questo perché...", poi "cosa hai sentito?" e, magari qualche anno dopo, anche "tu cosa ne pensi?".
Non perché l'atleta debba sostituirsi all'allenatore o perché a venticinque anni debba necessariamente essere capace di scriversi da solo un programma di allenamento, ma perché dovrebbe essere diventato progressivamente proprietario del proprio percorso. Dovrebbe conoscere un po' meglio il proprio corpo, capire quando qualcosa non funziona, saper descrivere ciò che sente, avere delle idee, fare domande e comprendere perché sta facendo determinate cose.
Non è soltanto una scelta di stile: nella letteratura sulla relazione allenatore-atleta, il supporto all'autonomia viene descritto come la capacità di offrire struttura e competenza senza togliere all'atleta spazio per comprendere, esprimere il proprio punto di vista e assumersi responsabilità crescenti (Mageau & Vallerand, 2003).
Soprattutto, dovrebbe sapere che quella carriera appartiene a lui.
Forse è una delle cose più importanti che un allenatore possa lasciare. Ed è qui che nasce un paradosso piuttosto curioso: passiamo anni a dire che vogliamo rendere gli atleti autonomi, poi, quando diventano autonomi anche da noi, rischiamo di viverlo come un tradimento.
Se dopo di me va più forte
Supponiamo che un atleta cambi allenatore e che, due anni più tardi, corra molto più forte.
La prima cosa da dire dovrebbe essere abbastanza semplice: quel risultato è suo.
È l'atleta che lo ha ottenuto.
Poi ci sarà certamente il lavoro del nuovo allenatore, che magari ha visto qualcosa che il precedente non aveva visto, ha trovato esercizi migliori, ha costruito un rapporto diverso o ha modificato la distribuzione dei carichi. Potrebbe anche aver semplicemente incontrato quell'atleta in una fase della carriera nella quale il proprio modo di allenare era particolarmente adatto.
Il vecchio tecnico non ha quindi alcun motivo per appropriarsi di quel risultato spiegando che, in fondo, era tutto merito delle basi lasciate in precedenza.
Non lo sappiamo.
Ma sarebbe altrettanto semplicistico sostenere che tutto quello che è venuto prima non abbia avuto alcun ruolo, perché l'atleta non è nato il giorno in cui ha cambiato tecnico.
Forse il nuovo allenatore ha incontrato un atleta fisicamente integro, con competenze tecniche consolidate e una buona capacità di lavoro sviluppata negli anni precedenti. Forse, soprattutto, ha trovato una persona che aveva ancora voglia di allenarsi e che non aveva esaurito psicologicamente la propria spinta. Potrebbe aver trovato anche margini che il tecnico precedente non era riuscito a sfruttare, e magari il nuovo allenatore è stato semplicemente più bravo.
Tutte queste cose possono essere vere contemporaneamente.
Il nuovo personale non appartiene al vecchio allenatore, ma nemmeno tutto ciò che lo ha reso possibile necessariamente comincia con quello nuovo.
Se dopo di me naufraga
Qui però arriva la domanda più scomoda.
Un allenatore accompagna un atleta per cinque anni, poi l'atleta cambia tecnico e naufraga.
Il nuovo programma può essere sbagliato, il rapporto può non funzionare, può esserci un infortunio, un momento difficile della vita, un ambiente poco adatto o semplicemente una concatenazione di fattori che con il tecnico precedente hanno poco a che vedere. Sarebbe quindi assurdo concludere automaticamente qualcosa sul valore del percorso passato.
Ma sarebbe interessante non fermarsi nemmeno alla spiegazione più gratificante per il vecchio allenatore: "Vedete? Senza di me non va da nessuna parte".
Forse possiamo farci una domanda più fastidiosa: quanto erano solide le cose apprese in cinque anni se hanno smesso completamente di funzionare appena è cambiato chi le gestiva?
Non è una sentenza, ma una domanda legittima.
Se dopo cinque anni un atleta non riesce a comprendere nulla del proprio allenamento senza il tecnico precedente, quanto è diventato autonomo? Se non sa interpretare nessuna delle proprie sensazioni senza che qualcuno lo faccia per lui, quanto di quella conoscenza è realmente diventato suo? E se non riesce a dialogare con un altro tecnico perché per anni non gli è mai stato chiesto di partecipare alle decisioni, possiamo considerarlo soltanto un problema del nuovo allenatore?
In alcuni casi forse sì, perché esistono relazioni tecniche straordinarie, allenatori difficilmente sostituibili e combinazioni atleta-tecnico capaci di creare condizioni che non è semplice riprodurre altrove.
Ma forse, qualche volta, ciò che chiamiamo insostituibilità contiene anche una quota di dipendenza.
Distinguere le due cose non è facile.
Meroni, l'insostituibile
Nel 1967 Gigi Meroni morì investito da un'automobile. Aveva ventiquattro anni ed era il giocatore di maggior talento del Torino.
Da quella tragedia nacque anche una vicenda diventata importante nella storia del diritto civile italiano. Il Torino chiese il risarcimento del danno subito per aver perso la prestazione del proprio calciatore e, tra le questioni che finirono davanti alla Cassazione, ce n'era una particolarmente interessante: quella prestazione poteva essere sostituita? Il riferimento giuridico è Cass. civ., Sez. Unite, 26 gennaio 1971, n. 174.
Detta in termini giuridici: era fungibile?
Possiamo perdere un grande calciatore, prenderne un altro e dire che, più o meno, è la stessa cosa?
La risposta giuridica fu naturalmente più complessa, ma la parte che interessa a noi forse arriva dopo, perché Gigi Meroni non fu sostituito da un altro Gigi Meroni.
Non poteva esserlo.
Il Torino dovette trovare un altro modo di giocare, redistribuendo responsabilità e compiti. Una settimana dopo la morte di Meroni battè la Juventus 4-0: Nestor Combin segnò tre gol e il quarto fu di Alberto Carelli, il ragazzo che aveva raccolto la maglia numero 7 di Meroni.
Alla fine della stagione accadde qualcosa di ancora più interessante. L'anno precedente, con Meroni, il Torino aveva chiuso il campionato al settimo posto; senza il proprio giocatore più talentuoso terminò ancora settimo e vinse la Coppa Italia. I dati di classifica e la vittoria in Coppa Italia sono riportati nella storia ufficiale del Torino FC.
Naturalmente questo non dimostra che Meroni fosse poco importante. Sarebbe una conclusione assurda.
Dice qualcosa di diverso: una squadra può riorganizzarsi attorno alla perdita di uno dei propri elementi migliori, distribuendo in modo diverso responsabilità e funzioni. Gli altri possono assumere ruoli nuovi e il sistema può cambiare.
Meroni rimaneva insostituibile come Meroni.
Ma il Torino non era Meroni.
Forse possiamo prendere in prestito la stessa idea. Un allenatore può essere bravissimo, possedere competenze che un altro non ha ed essere stato fondamentale in una fase della crescita di un atleta. Può averlo accompagnato per una parte enorme della sua vita sportiva.
Ma l'atleta non è il suo allenatore e, soprattutto, non è il prodotto esclusivo del suo allenatore.
Forse la domanda sbagliata è chiederci se un tecnico sia sostituibile, perché le persone non lo sono mai completamente. La domanda più interessante potrebbe essere un'altra:
abbiamo accompagnato un atleta in un percorso che gli permette di continuare a crescere anche quando noi non ci siamo più?
Essere importanti non significa necessariamente dover essere indispensabili per sempre.
Il problema, poi, siamo anche noi
Rimane un ultimo ostacolo. Anche quando proviamo sinceramente a mettere l'atleta al centro, non è detto che siamo particolarmente bravi a giudicare quello che è successo, perché il nostro cervello ama le storie semplici e una carriera sportiva, quasi mai, lo è.
Outcome bias: è andata bene, quindi era giusto
Tendiamo a giudicare la qualità di una decisione attraverso il risultato che ha prodotto. Se l'atleta migliora dopo il cambio, il nuovo programma era giusto; se peggiora, era sbagliato.
Il problema è che un buon processo può essere seguito da un cattivo risultato e una decisione discutibile può, almeno qualche volta, essere seguita da un risultato eccellente. (Baron & Hershey, 1988).
Un esercizio: prima di giudicare, chiediamoci se avremmo valutato nello stesso modo quelle decisioni nel caso in cui l'atleta avesse ottenuto il risultato opposto. Se la risposta è no, probabilmente stiamo giudicando soprattutto l'esito.
Hindsight bias: lo sapevamo tutti
Dopo che qualcosa è accaduto, ci sembra molto più prevedibile di quanto fosse prima. L'atleta cambia e migliora enormemente: "era evidente che avesse bisogno di cambiare". Cambia e peggiora: "si sapeva che sarebbe successo". (Fischhoff, 1975).
Ma lo sapevamo davvero?
Un esercizio: quando avviene un cambio importante, proviamo a scrivere prima cosa pensiamo che potrebbe succedere, perché, quali altri scenari consideriamo possibili e quanto siamo sicuri della nostra previsione. Un anno dopo rileggiamo quello che avevamo scritto. Potremmo scoprire che parecchie cose diventano evidenti soltanto dopo essere successe.
Self-serving bias: quando va bene è merito mio
Siamo abbastanza abili nell'attribuirci i successi e nel trovare spiegazioni esterne per gli insuccessi. Nel cambio di allenatore questo meccanismo può diventare quasi comico. Nel contesto sportivo questo tipo di attribuzione auto-favorevole è stato documentato anche in una meta-analisi su 69 studi e 10.515 atleti (Allen et al., 2020).
Il vecchio tecnico può dire che, se l'atleta migliora, aveva lasciato basi eccezionali e che, se peggiora, si vede quanto fosse importante. Il nuovo può sostenere che, se migliora, finalmente si stanno facendo le cose bene e che, se peggiora, si stanno ancora pagando gli errori precedenti.
Perfetto.
Non perde nessuno.
Un esercizio: di fronte a un risultato, positivo o negativo, proviamo a completare entrambe queste frasi: "Quale parte potrebbe dipendere da me?" e "Quale parte potrebbe non dipendere da me?". Facciamolo soprattutto quando la risposta ci mette un po' a disagio.
Confirmation bias: troviamo ciò che stiamo cercando
Una volta formulata una teoria, tendiamo a notare più facilmente ciò che la conferma. Se penso che il vecchio allenatore fosse incapace, noterò ogni cosa che il nuovo sistema ha corretto; se penso che fosse eccezionale, noterò tutto ciò che l'atleta continua a fare grazie al lavoro precedente. È un problema classico della verifica delle ipotesi, a partire dai lavori di Wason (1960).
Entrambi troveremo probabilmente parecchie prove.
Un esercizio: dopo aver costruito la nostra spiegazione, proviamo a trovare tre elementi che potrebbero dimostrare che abbiamo torto. Non tre che confermano quello che pensiamo: quelli normalmente arrivano da soli.
Errore di attribuzione: vogliamo un nome
È molto più semplice attribuire un cambiamento a una persona: il vecchio allenatore, quello nuovo, l'atleta. Molto meno semplice è dare un volto a tutto il resto: maturazione, salute, continuità, gruppo di allenamento, cambiamenti nella vita, esperienza, motivazione, qualità del recupero, calendario, infortuni, condizioni economiche, possibilità di allenarsi, fortuna.
La prestazione nasce dall'interazione di moltissime cose, eppure continuiamo a cercare qualcuno al quale attribuirla. La tendenza a sovrastimare le caratteristiche della persona e a sottostimare il contesto è uno dei problemi classici della teoria dell'attribuzione (Ross, 1977).
Un esercizio: prima di dire "è migliorato perché ha cambiato allenatore", proviamo a scrivere almeno cinque cose che sono cambiate oltre all'allenatore. Potremmo scoprire che il cambio di tecnico era soltanto una delle variabili.
Il peso dell'ultima cosa che abbiamo visto
Anche il momento nel quale osserviamo una carriera conta. Un atleta può crescere per quattro anni e attraversare una quinta stagione pessima, oppure vivere un lungo periodo difficile e ottenere improvvisamente un'annata straordinaria. Più in generale, l'ordine con cui riceviamo le informazioni può modificare il modo in cui aggiorniamo i nostri giudizi (Hogarth & Einhorn, 1992).
Se guardiamo soltanto ciò che è successo alla fine, rischiamo di riscrivere tutto quello che è venuto prima.
Un esercizio: valutiamo separatamente l'ultimo risultato, l'ultima stagione e gli ultimi quattro o cinque anni. Se raccontano tre storie diverse, forse vale la pena non scegliere immediatamente quella che ci piace di più.
Regressione verso la media: non tutto quello che cambia è causa del cambiamento
Questa non è propriamente un bias cognitivo, ma una trappola statistica. Le prestazioni eccezionalmente negative o positive tendono, quando esiste una componente di variabilità, a essere seguite da valori meno estremi. La regressione verso la media può far apparire come effetto di un intervento una parte della normale variabilità di misure ripetute (Barnett et al., 2005).
È particolarmente interessante nei cambi di allenatore perché spesso un atleta decide di cambiare proprio quando qualcosa sta andando molto male.
Peggiore stagione degli ultimi cinque anni, cambio allenatore, stagione successiva migliore.
È possibile che il nuovo tecnico abbia fatto un lavoro magnifico, ma non possiamo escludere che una parte del miglioramento sia semplicemente il ritorno da una situazione eccezionalmente negativa verso valori più normali.
Un esercizio: quando valutiamo un prima e un dopo chiediamoci rispetto a cosa stiamo facendo il confronto: all'ultima gara, alla peggiore stagione, alla migliore, alla media degli ultimi anni o al trend che esisteva già? Cambiare il riferimento può cambiare parecchio la storia.
Un piccolo controllo prima della sentenza
Forse, quando un atleta cambia allenatore, potremmo concederci un po' di tempo prima di decidere chi aveva ragione e provare invece a rispondere ad alcune domande.
Che atleta era al momento del cambio? Era sano, motivato, tecnicamente competente, in crescita oppure già in difficoltà?
Che cosa aveva imparato negli anni precedenti, al di là dei risultati? Quali capacità, conoscenze, esperienze e quale grado di autonomia aveva acquisito?
Che cosa è realmente cambiato? Soltanto l'allenatore o anche il gruppo, l'ambiente, i carichi, la vita personale, l'età e l'esperienza?
Quanto tempo è passato? Tre mesi, una stagione e quattro anni non raccontano la stessa cosa.
E poi ci sono almeno tre domande che dovremmo farci sempre: quale spiegazione useremmo se il risultato fosse stato opposto? Quali elementi contraddicono la storia che ci stiamo raccontando? E, soprattutto, stiamo attribuendo all'allenatore qualcosa che potrebbe appartenere prima di tutto all'atleta?
Una domanda agli allenatori
Facciamo allora un ultimo esercizio.
Pensate a un atleta che allenate da quattro o cinque anni, non a quello arrivato tre mesi fa ma a qualcuno che avete visto crescere, con il quale avete condiviso allenamenti, gare, errori, discussioni, successi e probabilmente parecchie ore della vostra vita.
Adesso immaginate che domani vi dica:
"Ho deciso di cambiare allenatore."
Lasciamo stare, per un momento, come ci sentiremmo. La domanda interessante è un'altra:
che cosa vorreste che quell'atleta fosse capace di fare, capire e decidere senza di voi?
Conoscere il proprio corpo, capire perché si allena in un certo modo, distinguere un dolore da una normale fatica, parlare con il nuovo allenatore, mettere in discussione una proposta quando qualcosa non gli torna, adattarsi, continuare a imparare e avere ancora voglia di vedere fin dove può arrivare?
Se la risposta contiene molte di queste cose, forse non avete "costruito un atleta". Avete fatto qualcosa di più rispettoso: avete accompagnato un atleta nel proprio percorso di costruzione personale, per un tratto più o meno lungo della strada, magari importantissimo, ma la strada era sua.
Se un giorno qualcun altro riuscirà ad accompagnarlo più lontano, quel risultato non sarà vostro. Sarà prima di tutto dell'atleta e non sarà necessario viverlo come la dimostrazione che tutto ciò che avete fatto prima fosse sbagliato.
Allo stesso modo, se dopo di voi farà più fatica, non sarà automaticamente la prova che senza di voi non possa funzionare.
Forse la domanda più interessante per un allenatore non è "quanto andava forte quando era con me?" e nemmeno "quanto è andato forte dopo di me?", ma:
"Quando le nostre strade si sono separate, che atleta era diventato?"
Perché il risultato è suo, la carriera è sua e il percorso è suo.
Noi possiamo incidere moltissimo, lasciare strumenti, conoscenze, esperienze e perfino un pezzo importante di noi. Possiamo accompagnarlo bene oppure male, per pochi mesi o per molti anni.
Ma rimaniamo accompagnatori.
E dopo di noi, per fortuna, dovrebbe esserci ancora l'atleta.
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I riferimenti sono riportati per sostenere i passaggi metodologici e psicologici dell'articolo; non intendono trasformare un editoriale in una review sistematica.
Sviluppo dell'atleta e coaching
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Caso Meroni
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