Quando nasce una stella: allenare un giovane talento senza sacrificare la propria professione

Nov 05, 2026

A cura di Andrea Uberti

Istruzioni per non scottarsi (ovvero, ci serve un garage più grande)

«You’re gonna need a bigger boat».

«Ci serve una barca più grande», dice Martin Brody ne Lo squalo, quando improvvisamente comprende di essersi preparato ad affrontare qualcosa di molto più piccolo.

Tenete a mente questa frase. Nel frattempo, lasciate che vi racconti una storiella.

Avete presente quella del tipo che decide di costruirsi una barca nel proprio garage?

Magari non è un lupo di mare. Tutt’al più è uno che ogni tanto va al lago.

Non è un costruttore professionista. Ha una certa esperienza, una discreta manualità, molta passione e il gusto del lavoro fatto come si deve degli uomini delle valli.

Così comincia a lavorarci nel tempo libero. Studia, prova, sbaglia, corregge. La barca prende forma e, con gli anni, diventa qualcosa di sorprendente.

È molto più bella di quanto avesse immaginato.

C’è però un problema al quale non aveva pensato: la barca è diventata troppo grande per uscire dalla porta del garage.

L’uomo ha due possibilità: rinunciare a metterla in acqua oppure abbattere una parte del garage.

È uno che ama il proprio lavoro più di ogni altra cosa e così, naturalmente, non ha dubbi nello scegliere la seconda.

La barca finalmente esce: è bellissima, naviga perfettamente e può affrontare il mare aperto.

Il garage, però, è sventrato.

Ne è valsa la pena?

La risposta non è così scontata.

Per anni quell’uomo si è concentrato sulla costruzione della barca. Ne ha studiato ogni particolare, ha perfezionato ogni dettaglio, ha investito tempo e denaro per renderla migliore. Ma non si è mai preoccupato abbastanza delle condizioni necessarie per portare a termine il progetto senza compromettere ciò che aveva costruito intorno.

E forse non ha considerato un’altra possibilità: una volta in mare, quella barca avrebbe potuto prendere una rotta diversa dalla sua.

Non c’è niente di sbagliato, perché le barche di fiume, di lago o di mare si costruiscono per navigare, non per restare nei garage. O nelle darsene, come ha imparato a dire adesso il nostro amico.

Ma un buon costruttore non deve pensare soltanto alle barche. Dovrebbe pensare anche al proprio cantiere.

Perché il successo di una barca non coincide necessariamente con il successo di chi l’ha costruita.

Credo che nell’allenamento dei giovani talenti accada spesso qualcosa di simile.

Quando il talento prende il largo

Nel gruppo delle ragazze che alleno ce n’è qualcuna che, più di altre, mi dà l’idea di poter prendere il largo.

Come tanti ragazzi della loro età, sono arrivate in pista senza particolari aspettative. Hanno trovato un allenatore, un gruppo, un posto dove allenarsi. Hanno cominciato a correre, a saltare, a superare gli ostacoli, a gareggiare.

Poi sono diventate brave e, se tutto andrà come speriamo, potrebbero diventarlo ancora di più.

È proprio qui che cominciano i problemi. O meglio, quelli che normalmente consideriamo problemi molto piacevoli.

Perché un atleta che migliora non diventa soltanto più veloce o più competitivo. Cambiano le sue esigenze, aumentano le sue opportunità, si moltiplicano le persone interessate a lavorare con lui.

E quello che fino a ieri era un ambiente perfettamente adeguato può, nel giro di pochi anni, diventare insufficiente.

Il paradosso è abbastanza evidente: un allenatore può trascorrere un’intera carriera seguendo atleti che non raggiungono mai un livello particolarmente elevato, senza essere necessariamente costretto a ripensare radicalmente la propria organizzazione. Chi invece riesce a sviluppare un grande talento rischia di scoprire che proprio il suo successo ha creato esigenze alle quali non è più in grado di rispondere.

Un allenatore può sviluppare un talento fino a creare esigenze tecniche, economiche e organizzative superiori alle proprie possibilità, senza aver costruito, nel frattempo, una professione capace di beneficiare di quel successo.

È un aspetto sul quale vale la pena soffermarsi.

A volte è una questione di competenze tecniche. Altre volte di impianti, collaboratori, disponibilità di tempo.

Molto spesso, semplicemente, di soldi.

E così può accadere che un allenatore diventi un limite per la crescita dell’atleta proprio dopo aver dimostrato di essere stato capace di svilupparlo.

Non necessariamente perché abbia smesso di essere bravo. Semplicemente perché il contesto nel quale lavora potrebbe non essere più sufficiente.

Ogni tanto la cronaca sportiva ci racconta di atleti che, dopo aver raggiunto risultati straordinari con l’allenatore che li ha seguiti fin da ragazzini, decidono di cambiare guida tecnica, gruppo di allenamento o addirittura Paese.

Sono situazioni che fanno discutere. Si parla di riconoscenza, di ambizioni, di opportunità economiche.

Non conoscendo le circostanze delle singole vicende, non mi interessa giudicare le scelte dei protagonisti. Del resto, un atleta deve poter cercare le condizioni migliori per proseguire la propria carriera.

C’è anzi qualcosa di perfettamente logico in tutto questo: il lavoro dell’allenatore contribuisce a moltiplicare le opportunità a disposizione dell’atleta.

Con il successo, aumentano le sue possibilità concrete di scelta: può valutare nuove proposte, altri ambienti e persone diverse con cui lavorare.

Sarebbe però poco lungimirante investire anni di lavoro e risorse senza considerare che, prima o poi, le strade potrebbero separarsi. E lo sarebbe altrettanto compromettere la sostenibilità della propria attività professionale pur di evitare quella separazione.

Attenzione, però: non è necessario che un atleta cambi allenatore perché il progetto diventi economicamente o professionalmente insostenibile. Può accadere anche quando il rapporto funziona benissimo e i risultati continuano a migliorare.

Ed è proprio di questo che vorrei parlare: di come gestire la crescita di un talento senza compromettere le condizioni di lavoro di chi lo allena, e possibilmente facendo in modo che, alla fine del percorso, entrambi abbiano qualcosa da guadagnare.

Dalla domenica impegnata alle settimane di lavoro all’estero

Negli anni ho avuto la fortuna di lavorare con diversi atleti di livello internazionale e, in un caso, di accompagnare un percorso dalle prime competizioni giovanili fino alle grandi manifestazioni.

Sono esperienze che insegnano moltissimo. Ma oggi, a distanza di qualche anno, riesco a valutarne con maggiore lucidità anche gli aspetti economici e organizzativi.

All’inizio si trattava di tre o quattro allenamenti alla settimana, qualche gara nel weekend, magari una domenica sottratta ad altre attività, qualche viaggio in automobile.

Poi, con il miglioramento dei risultati, gli impegni sono aumentati.

Gli allenamenti sono diventati quotidiani. Sono arrivati i raduni, le trasferte internazionali, i rapporti con il settore tecnico federale, i manager, gli sponsor (dell’atleta, s’intende), i terapisti e tutte le figure che progressivamente entrano nella vita di un atleta di alto livello.

Il lavoro non aumentava soltanto in quantità: cambiava proprio natura.

A un certo punto mi sono trovato più volte a trascorrere quindici, venti giorni all’estero per un raduno.

In un caso, ad esempio, l’atleta aveva pagato il mio viaggio e l’alloggio, mentre io avevo sostenuto le spese per l’automobile e i pasti.

Per gli allenamenti non percepivo alcun compenso. E in quei quindici giorni avevo sostanzialmente interrotto la mia normale attività lavorativa, rinunciando anche al relativo reddito.

Dal punto di vista professionale ero contentissimo di essere lì.

Mi piaceva allenare, vivere un’esperienza internazionale, confrontarmi con un ambiente diverso. Non percepivo quel viaggio come una rinuncia, ma come un’opportunità.

Il problema è che una cosa può essere molto gratificante e, contemporaneamente, economicamente svantaggiosa.

E quando esperienze di questo tipo si moltiplicano, il bilancio può diventare sorprendente.

A distanza di due o tre anni dalla conclusione di quel percorso, posso dire abbastanza tranquillamente che il lavoro svolto con atleti di buon livello non mi ha procurato ritorni economici significativi. I miei guadagni sono arrivati da altre attività professionali, sempre nello sport, ma in contesti differenti.

In sostanza, il lavoro che produceva reddito permetteva di sostenere quello che ne produceva poco o nulla.

Non era necessariamente sbagliato. Mi piaceva farlo e ne ho ricavato esperienze, competenze e soddisfazioni.

Ma, se oggi dovessi valutare quel percorso come un progetto professionale, non potrei limitarmi ai risultati ottenuti in pista.

Avevo contribuito a far crescere l’atleta, ma non avevo costruito un sistema capace di sostenere economicamente quella crescita.

Il successo è una variabile da programmare

C’è un aspetto curioso in tutta questa storia.

Quando iniziamo ad allenare un bambino promettente, programmiamo la sua crescita. Studiamo come sviluppare le capacità condizionali, come insegnargli la tecnica, come distribuire i carichi e accompagnarlo nel passaggio alle categorie superiori.

Ma quanto tempo dedichiamo a programmare ciò che potrebbe accadere alla nostra attività se quel bambino diventasse davvero forte?

Ecco, credo che dovremmo imparare a programmare la nostra carriera professionale con la stessa attenzione con cui programmiamo quella dei nostri atleti.

Quali competenze vogliamo acquisire? Quali collaboratori e strutture ci serviranno? Quanto tempo siamo disposti a investire? Quali condizioni economiche possiamo accettare e quali limiti non dobbiamo oltrepassare?

Soprattutto, come immaginiamo che possa evolvere la nostra professione se gli atleti che alleniamo raggiungeranno risultati importanti?

Perché, quando si ha la bravura e anche la fortuna di sviluppare un talento, queste domande diventano molto concrete. E con alcune delle ragazze che alleno oggi potrebbero presentarsi presto anche a me.

Per questo, nel nostro gruppo, abbiamo scelto un modello differente. Ogni ora di lavoro viene remunerata. Magari con cifre non particolarmente elevate, ma senza considerare normale che il tempo dell’allenatore debba essere messo gratuitamente a disposizione del progetto agonistico.

Naturalmente questo non risolve ogni problema. Se le ragazze continueranno a migliorare, e se ne aggiungeranno altre, potrebbero arrivare esigenze organizzative molto più complesse di quelle attuali.

Ma almeno abbiamo cominciato a considerare anche la sostenibilità del nostro lavoro come una parte del progetto.

Il talento dell’atleta e la carriera dell’allenatore possono crescere insieme, ma non sono la stessa cosa. E non è affatto scontato che seguano la stessa traiettoria.

Qualche istruzione per non scottarsi

Se dovessi ricavare qualche indicazione pratica da queste esperienze, ne individuerei soprattutto quattro.

La prima è mantenere sempre il proprio entusiasmo e il proprio coinvolgimento un passo indietro rispetto a quelli dell’atleta.

Può sembrare un’affermazione strana, soprattutto da parte di un allenatore. Il nostro lavoro richiede passione, dedizione, capacità di motivare e disponibilità a investire nei progetti dei ragazzi.

Ma esiste una differenza tra accompagnare un atleta nella realizzazione delle proprie ambizioni e diventare noi stessi i principali sostenitori di quelle ambizioni.

Quando cominciamo a desiderare un risultato più dell’atleta, quando siamo noi a cercare continuamente nuove opportunità e a fare sacrifici che lui stesso non farebbe, probabilmente è il momento di fermarsi a riflettere.

Non significa lavorare con meno impegno o essere meno ambiziosi. Significa ricordare che il progetto sportivo appartiene innanzitutto all’atleta.

Il nostro entusiasmo deve sostenere il suo, non sostituirlo.

La seconda è non confondere i successi dell’atleta con il proprio successo professionale.

Le due cose possono essere collegate, naturalmente. Un atleta che ottiene grandi risultati può darci prestigio, riconoscimenti, occasioni di lavoro e nuove opportunità.

Ma non è affatto detto che questo accada.

Possiamo allenare un campione, ottenere risultati straordinari e ritrovarci, alla fine, con un bilancio professionale ed economico tutt’altro che soddisfacente.

Un allenatore deve quindi imparare a valutare il proprio percorso anche attraverso altri parametri: quanto guadagna, quali competenze sviluppa, quali opportunità professionali costruisce, quanto è solida la struttura nella quale lavora.

Il successo dell’atleta è una misura importante della qualità del nostro lavoro tecnico. Non è necessariamente una misura del successo della nostra carriera.

La terza è non regalare ore del proprio lavoro.

Salvo rare eccezioni, da valutare con grande attenzione.

Naturalmente si può scegliere di investire tempo in un progetto, di fare un’esperienza particolarmente interessante o di accettare temporaneamente condizioni economiche poco vantaggiose.

Ma devono essere eccezioni consapevoli, non il normale funzionamento della nostra attività.

Un allenatore che dedica quindici giorni a un raduno sta lavorando per quindici giorni, lontano da casa. Il fatto che qualcuno gli paghi il viaggio e l’albergo non significa che il suo lavoro sia stato remunerato. Questi sacrifici, se non ben valutati, prima o poi presenteranno il conto.

E il tempo dedicato all’atleta non è soltanto quello trascorso in pista. Ci sono la programmazione, le trasferte, le telefonate, i rapporti con le altre figure professionali e le inevitabili incombenze organizzative.

Tutto questo ha un valore.

Non è necessario che sia sempre l’atleta a sostenerne il costo. Possono intervenire società, sponsor, federazioni o altre risorse. Ma non dovrebbe essere considerato normale che sia l’allenatore a finanziare il progetto attraverso il proprio lavoro gratuito.

Il tempo dell’allenatore non diventa meno prezioso quando l’atleta diventa più bravo. Semmai, dovrebbe accadere il contrario.

La quarta è ricordarsi di riposare.

Nessun allenatore sensato programmerebbe il lavoro dei propri atleti accumulando indefinitamente carichi e fatiche senza prevedere momenti di recupero.

Eppure, quando si tratta di noi stessi, siamo spesso molto meno attenti.

Allenamenti quotidiani, gare nei weekend, raduni, trasferte, telefonate, programmazione. Il rischio è che il lavoro finisca per occupare ogni spazio disponibile, compresi quelli che dovremmo dedicare al riposo e alle persone importanti della nostra vita.

È un costo che non compare in nessun bilancio economico, ma che può diventare altrettanto pesante: un’attività può essere economicamente remunerativa e, nello stesso tempo, professionalmente insostenibile.

Ogni tanto bisogna staccare la spina, rallentare, dedicarsi ad altro. Non soltanto per stare meglio, ma anche per continuare a lavorare bene.

Il recupero è una componente fondamentale dell’allenamento. Dovrebbe esserlo anche del lavoro dell’allenatore.

Queste quattro indicazioni hanno una conseguenza comune: se aumentano le esigenze dell’atleta, non possiamo pensare di rispondere sempre e soltanto aumentando il nostro impegno personale. Potrebbero servire collaboratori, strutture migliori, nuove competenze e risorse economiche adeguate. E potrebbe arrivare il momento in cui un altro contesto offra all’atleta condizioni migliori.

Il nostro compito è contribuire a sviluppare atleti capaci di andare il più lontano possibile, ma abbiamo anche la responsabilità di costruire una professione che possa continuare a esistere indipendentemente dalle scelte di un singolo atleta.

Il vero errore non è costruire una barca troppo grande per il proprio garage. È non aver mai pensato a come farla uscire, e scoprire soltanto alla fine che per metterla in acqua bisogna sacrificare il cantiere.

IN SINTESI: QUATTRO ISTRUZIONI PER L'ALLENATORE DI UN GIOVANE TALENTO

1. Mantenere il proprio entusiasmo un passo indietro rispetto a quello dell'atleta: il progetto sportivo appartiene innanzitutto a lui.

2. Non confondere i successi dell'atleta con il proprio successo professionale.

3. Non regalare ore del proprio lavoro, salvo eccezioni consapevoli.

4. Ricordarsi di riposare: il recupero vale anche per l'allenatore.

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L'autore

Andrea Uberti

Vicepresidente ilCoach.net ASD | Allenatore di prove multiple

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